
[escola moderna]
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nella Stanza si stanno incontrando compagni
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Cari tutti i fortuiti avventori di questa umile Stanza, Università degli studi di Siena
Dottorato in Storia delle scritture femminili dell’Università di Roma “La Sapienza”
organizzano
Dal 23 al 28 agosto
presso la Certosa di Pontignano (Siena)
Scuola estiva di storia e culture delle donne
giunta al 16° anno
“Madri della Repubblica. Storia, immagini, memorie”
Nuovi modelli, vecchi ruoli. L’immagine femminile nel cinema italiano Diritti, modelli, rappresentazioni. Le associazioni politiche delle donne Figure della memoria. La storia nei racconti delle donne
La Scuola si articolerà in lezioni e seminari, sarà affiancata da attività culturali e ricreative. Sono previste lezioni pomeridiane di danza mediorientale e uno spettacolo serale. Ce lo vedete il mio mr.Brain a far la danza mediorientale?
postato da: Violeta | agosto 18, 2005 14:41 | commenti (1)
PAROLE E FIORI, ABITANTI DELLA CITTA’ SECONDARIA (O SULLA SOMIGLIANZA DELLA TRADUZIONE)
di Vidal Claramonte, traduzio mia.
Alle soglie di un nuovo millennio ci rendiamo conto di come la teoria della traduzione si è evoluta. Ci accorgiamo dell’insufficienza di prendere il testo come unità di traduzione. Ci rendiamo conto del fatto che è la cultura, o meglio le culture, ciò che deve essere preso in considerazione. La traduzione come prodotto culturale e il processo di tradurre come un procedimento sensibile alla cultura ampliano i concetti di traduzione e tradurre al di là del puramente linguistico. La traduzione è un concetto chiave nell’incontro tra culture e nell’interazione tra livelli intraculturali. E’ più della metafora dello scambio culturale. La traduzione è contraria ad ogni egemonia culturale. Lo spazio tra le due società non appartiene a nessuna di esse, bensì apre una strada e favorisce la comparsa della figura dell’Altro, che è colui che realmente traduciamo. Per tradurre bene dobbiamo essere consapevoli dell’alterità; capire e tollerare la differenza e i suoi prodotti culturali, letterari, artistici. Dobbiamo riuscire a non assimilare l’Altro, bensì arricchirci con la sua diversità. Nella traduzione è necessario evitare ciò che Foucault chiamerà i “rapporti asimmetrici di potere”, dato che l’interpretazione del testo di partenza che fa un traduttore non è privata ma arriverà a un numero cospicuo di lettori. Il vero senso della traduzione sta nella “infinita possibilità di trascrivere”, in cui un sistema trascrive un altro e viceversa; “ di fronte al testo non esiste una lingua critica “prima”, “naturale”, “nazionale”, “materna; quando nasce il testo è già multilingue. La traduzione diventa così in una interpretazione limitata dal contesto la quale rispecchia le peculiarità proprie del proprio tempo e della propria cultura. La traduzione è una teoria ermeneutica intersoggettiva condizionata da molti fattori extratestuali. Tradurre è, dovrebbe essere, intavolare una conversazione che finisca per avere uno spirito proprio. Tradurre è interpretare. Esiste un’inevitabile distanza tra i due spiriti, distanza che secondo Gadamer non si riesce mai a superare del tutto, forse perché si capisce una lingua “quando si vive in essa”. Ma l’importante è che la conversazione continui. Tradurre è scegliere, manipolare. “Anche se si trattasse di una riproduzione magistrale non potranno non mancare alcuni degli armonici che vibravano anche nell’originale”. Il fatto che il traduttore sia consapevole di tali perdite o acquisti è doloroso, ma anche onesto. In questa conversazione che ha intavolato dovrà essere molto rispettoso; la distanza non è superabile, ma allo stesso tempo affermare questa distanza è il primo passo verso la tolleranza. La traduzione deve essere il mezzo per arrivare a una fusione di orizzonti. Le traduzioni abitano la città secondaria. O non è così? Appartengono al regno dell’immediato? Per alcuni che ignorano i consigli di Kundera, riscrittura. Allo stesso modo, per altri, attività intertestuale, derivata, perché non esiste il lavoro originario: tutto è testo di testo; biblioteca borgiana; la traduzione come supplemento, come trasformazione (l’origine è il supplemento? Giammai). Il traduttore deve essere “responsabile” nel senso che dà Steiner a questa parola nella sua città primaria? La traduzione è interpretativa? È critica creativa? O al contrario evitiamo la Presenza Reale? Cerchiamo l’immunità dell’indiretto? Come direbbe Calvino ci dibattiamo tra la necessità di intervenire con la nostra interpretazione per estrapolare dal testo tutti i suoi significati e la consapevolezza che ogni interpretazione è violenta ed arbitraria. Forse, come fà il professore di Calvino, la cosa migliore sarebbe leggere in lingua originale, pronunciare una lingua sconosciuta, sentire voci poco familiari di suoni che non aspettano risposta. Tradurre è un processo intuitivo? Esiste una somatica della traduzione? Forse c’è qualcosa di vero nella proposta di Douglas Robinson quando asserisce che tradurre ha a che fare con l’emozione, con il sentimento, con le relazioni corporee, piuttosto che con questioni di equivalenza o fedeltà; si tratta di accettare e tollerare le risposte dell’Altro alla traduzione; perché essa serva ad umanizzarci un po’ di più, per esserepiù vivi. Già Ortega riconosceva che due vocaboli, presumibilmente l’uno traduzione dell’altro, non si riferiscono mai alla stessa cosa. Ma c’è di più: due persone che parlano la stessa lingua madre non nterpretano mai nello stesso modo un enunciato. Cambiano anche le convenzioni estetiche, sociali, ecc. a seconda di quanto sono lontane le due culture. Tradurre “consiste nello scoprire l’inpronta visibile che ogni scrittore lascia dietro di sé nelle parole messe su carta, nel lasciarsi trapelare da questa impronta e trasmetterla agli altri”. La traduzione è “una metafora di uno dei nostri più profondi desideri: metterci nei panni dell’Altro. Si tratta del resto di un desiderio oscuro, visto che racchiude un’impossibilità; la soggettività è una prigione senza uscita”. Cercare l’invisibilità del traduttore, cercare che la traduzione sembri un originale, non è una scelta innocente. Può portare a quello che Venuti chiama alienazione culturale, addomesticamento del testo straniero, che lo rende intelligibile, familiare e che muta la traduzione in un’esperienza narcisistica. Tradurre deve essere farsi somigliante. Abbiamo bisogno di uno specchio. Ma gli specchi possono trasformarsi anche in incubi. E due specchi in un labirinto. E dai labirinti e gli specchi sorge un terzo incubo borgiano, le maschere. Gli specchi possono sembrarci incubi o affascinarci. Pensando a ciò che è Altro stiamo già perpetuando il riflesso, la somiglianza, forse perché come dice Jabès, anche l’assenza è trasparenza di somiglianza. L’esistenza dell’Altro in una città che non dovrebbe essere secondaria; attraverso la traduzione, idillio e canto amoroso, nascita della parola e forse dei suoi martiri. Per esistere abbiamo bisogno del linguaggio anche se è vero che il linguaggio ha ugualmente bisogno di noi. Ogni traduzione riflette una speranza e perché no una ferita. Un segno sul segno. Si può tradurre solo come insegna Jabès a scrivere: con gli occhi molto aperti, perché quello che si vede non è che quello che si impara a mano a mano che si va avanti, fiduciosi, o che si retrocede, spaventati.Tradurre per imporsi, in seno alle somiglianze, a tutte le somiglianze. Tentativo di arrivare al libro perduto. Traduzione per la sopravvivenza, per proiettare l’originale al di là del mondo, superando il tempo. Tradurre è sperare di trovare l’ordine originario; scrivere un libro delle somiglianze come luogo smascherato del libro. Ed è in questi limiti non fissati nello spirito, nelle frontiere devastate ma insormontabili, che la somiglianza trova denunciata la sua potenza, che si esaurisce il linguaggio. L’esilio come metafora della traduzione. la lingua straniera, la lingua desiderata, a volte la lingua che ci rifiuta; la lingua dove si arrestano le parole ai bordi dell’idea e della bocca. La traduzione come una storia d’amore, come l’affermazione suprema dell’amore: amiamo perché non capiamo. L’amore è la tensione che sorge tra il non capire e il voler capire, tra tremare di fronte al solo pensiero di capire e desiderare, appassionatamente, di essere capito e temere soprattutto qualsiasi forma di comprensione. Quando si traduce si ha una certa sensazione di sconfitta del tentativo di arrivare all’Altro. Il suo linguaggio non sarà mai il nostro, come del resto anche le sue emozioni saranno diverse. Sappiamo che la traduzione desidera eliminare le differenze tra le lingue, ma anche che, paradossalmente, le mette in mostra più di ogni altra attività: “grazie alla traduzione ci accorgiamo che i nostri vicini parlano e pensano in modo diverso dal nostro”. Il mondo è, dice Paz, l’insieme di una collezione di eterogeneità e una sovrapposizione di testi “ognuno leggermente diverso dal precedente: traduzioni di traduzioni. Ogni testo è unico e allo stesso tempo è la traduzione di un altro testo.” L’originale sopravvive nella traduzione. Ciò che è Altro si paragona a ciò che è Stesso. Io e l’Altro siamo uguali. Esiste simbiosi nella differenza. Il traduttore è più che un interprete; è l’Altro. Già nel XVII secolo si aveva una visione post-strutturalista della traduzione. La traduzione come processo di scambio, come trasformazione derridiana. Ma essendo sempre consapevoli della differenza e della traduzione come strumento per scardinare i rapporti di potere presenti nei discorsi che riflettono le strutture di potere presenti nella cultura.. Il traduttore non è invisibile. La traduzione deve essere una promessa di uguaglianze diverse. La traduzione, le parole e i fiori. Parole come fiori, ricorda Heiddeger riprendendo Holderlin. La traduzione, le parole e i fiori ci parlano dell’origine, delle somiglianze e delle risonanze; di sonorità che risuonano a partire dalla risonanza che si sostiene: “nell’armonia che armonizza reciprocamente le regioni della struttura del mondo”. L’esperienza della traduzione dentro alla vicinanza e dalla vicinanza, dalla prossimità, benché essa faccia apparire immediatamente la lontananza. Ma i fiori appassiscono e a volte finiscono per essere fiori secchi tra le pagine di un libro. Così, ogni fiore “porta in sé il suo doppio, sia esso seme o tipo”. Come ricorda Derrida a proposito della metafora, si potrebbe dire che anche la traduzione è, forse allo stesso tempo, fiore secco il cui appassire non è disfacimento in senso letterale, e continuo rinascere, metamorfosi, trasformazione.” Alla fine, è da noi traduttori che dipendono le parole e i fiori. postato da: Violeta | agosto 14, 2005 18:57 | commenti (1)
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