[escola moderna]

"Deseo que en ninguna ocasión ni próxima ni lejana, ni por uno ni otro motivo, se hagan manifestaciones de carácter religioso o político ante los restos míos, porque considero que el tiempo que se emplea ocupándose de los muertos sería mejor destinarlo a mejorar la condición en que viven los vivos, teniendo gran necesidad de ello casi todos los hombres. (...) Deseo también que mis amigos hablen poco o nada de mi, porque se crean ídolos cuando se ensalza a los hombres, lo que es un gran mal para el porvenir humano. Solamente los hechos, sean de quien sean, se han de estudiar, ensalzar o vituperar, alabándolos para que se imiten cuando parecen redundar al bien común, o criticándolos para que no se repitan si se consideran nocivos al bienestar general."
 

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nella Stanza si stanno incontrando compagni
Non voglio dimostrare niente, voglio 
mostrare. Federico Fellini
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Car* tutt*, vi rivelo una novità letteraria:

 AA. VV.
SULLA STRADA 2005
tra parole musica ed immagini
Collana "l'immaginario" delle edizioni Mobydick.

Vi faccio presente che la vostra Violetta sembra essere la prescelta per l'innaugurazione di questo bel libello con un racconto che a lei neanche piace, figuratevi un po'. Suddetto racconto si intitola: "In cerca di fortuna si andrebbe anche nel grigio della luna" con evidente citazione di un brano musicale - che da toscana mi appartiene - interpretato con una dolcezza infinita da Riccardo Tesi, Maurizio Geri e gli altri di Banditaliana. A loro un pensiero musicato, una fotografia in bianco e nero, un bacio sulla guancia. Ad Alice una pacca sul sedere. Un bicchiere di vino alla pazienza di Ettore Bonafé. Dentro alle parole di un autore, si dice, ci sta tutto. Dentro le mie, voi.

postato da: Violeta | settembre 30, 2005 12:07 | commenti (5)

Io mi ci sono fatta delle grasse risate e delle profonde riflessioni,  in un ricolmo pomeriggio di diluvio universale della Città Eterna.  Cerco di condividerle un po' con voi, trascrivendole in una sera di  inizio settembre, mentre a pochi centimetri da questo schermo bianco-manicomio-criminale, un cielo fumoso si arrosa sulla selva di antenne e tetti. Ma la magia di questo posto sarebbe sempre niente, senza la magia della condivisione.
Enza
 
…Solo molti anni dopo ritornai in Gran Bretagna e finalmente mi azzardai sugli alti trapezi della conversazione senza rete. A dire il vero il primo salto fu catastrofico. Eppure lo preparavo da giorni, mi ci ero esercitato ancora più intensamente durante le ultime ore sul traghetto da Calais a Dover. Non poteva andarmi male. Salito sul treno per Londra, sapevo che lo avrei trovato. Era un timido signore inglese dal vestito gessato grigio con il giornale aperto alla pagina del cruciverba e la valigetta nera appoggiata sulle ginocchia. Sedeva tranquillo in uno scompartimento vuoto senza sapere che aspettavo di incontrarlo da anni. Mi avvicinai, issai il mio zaino sul portabagagli e mi sedetti davanti a lui fissandolo intensamente.
“Do you open the window if I mind?” Chiesi di colpo con voce strozzata. (…) Per la prima volta mi accorsi che in ogni lingua che fossi mai riuscito a parlare sarei sempre diventato un altro. Io come mi conoscevo, come volevo essere, potevo esistere solo in italiano e forse appena un poco anche in dialetto ferrarese.
[…]
Ai fini dell’apprendimento, è invece del tutto inutile scrivere freneticamente lunghi elenchi di parole ripromettendosi di studiarle. (…) Sempre prigionieri di concetti antiquati crediamo ancora che verba volant sed scripta manent. Invece, le parole scritte raccolgono solo polvere.
Ma non la pensava così la mia insegnante di lingua e cultura francese della scuola per interpreti, che passò nove mesi a illustrarci e dettarci parole, frasi idiomatiche e proverbi prelevati direttamente dal vocabolario. [ricorda qualcuno?]
[…]
La scuola per interpreti dell’Università di Trieste non è una facoltà universitaria, è una caserma. Non forma interpreti, ma marine. [quanto c’aveva ragione!]
[…]
Siamo sempre stranieri, noi poliglotti, all’estero come nel nostro paese, figli di un altrove che non ci stanchiamo di cercare ma che esiste solo nelle nostre fantasie.
[…]
Bisogna essere soli per viaggiare. Privi di ogni compagnia per andare incontro agli altri senza fare loro paura.
 
 
 
Diego Marani
Come ho imparato le lingue

postato da: Violeta | settembre 28, 2005 13:57 | commenti

Le donne furono la resistenza dei resistenti
Ferruccio Parri
 
MADRI, SPOSE, FIGLIE DELLA STORIA.
 
Quanto è il lavoro delle donne da sempre sottaciuto? Quanto la Storia ignora e scavalca la soggettività femminile? Da quanto la donna è confinata nella sfera del privato?
La Storia è stata per troppo tempo dell’uomo – falso generico! -, dei soggetti maschili il protagonismo, maschile il punto di vista secondo il quale la si leggeva.
Ancora oggi tutti, comprese le donne, facciamo fatica ad abbattere quelle 4 mura che dividono il femminile da quell’ambiente pubblico considerato come naturale sfera di competenza dell’uomo. Il protagonismo femminile, che pure si è manifestato in modi molto diversi fra loro, è stato ricondotto dalla storiografia ufficiale ad una serie di stereotipi che immancabilmente tendono a collocarlo in categorie non politiche. In questa ottica persino le azioni delle donne durante la Resistenza, di cui abbiamo trattato nella settimana di studi sulle donne alla Certosa di Pontignano, divengono invisibili perché mai ritenute il risultato di una scelta consapevole. Mentre le doti naturali dell’uomo trovavano la loro piena espressione nel pubblico, la donna è stata considerata (e lo è ancora, purtroppo) naturalmente portata per l’assistenza, la cura, l’istruzione, modello egemone al quale ovviamente non tutte le donne corrispondono. Tale modello, costruito all’interno dell’ideologia dominante, definisce un tipo e di conseguenza anche un controtipo - tutte coloro che non rispondono a tali caratteristiche - che automaticamente viene emarginato, escluso, tacciato di chissà quali colpe.
Ancora oggi poi continuano le segregazioni orizzontali e verticali, il cosiddetto glass ceiling, cioè quel muro di vetro invisibile e non frangibile che ci impedisce di avere ciò che ci spetta – pari opportunità! – e non solo un focolare cui fare da angelo protettore.
Solo essendo consapevoli del fatto che la costruzione uomo/donna non è l’espressione di un’essenza maschile o femminile, bensì una forma di riconoscimento reciproco che avviene in seguito ad una costruzione culturale si può comprendere l’assurdità delle forti discriminazioni di genere che per centinaia di anni hanno inquinato la Storia e che sono state perpetrate in ogni ambito sociale.
Allora che cosa si può fare? Re-visione e resistenza sono due ottimi strumenti per reinterpretare un passato e una tradizione che si vorrebbe non ci appartenessero, strumenti per non essere omologate ai valori di virilità e mascolinità. Re-visione non per aggiungere una storia femminile a quella già esistente, ma per creare una Storia universale. Resistenza per sviluppare un atteggiamento critico proprio in noi donne.
Anche la donna deve cercare di uscire dall’ottica dualista che caratterizza il pensiero occidentale (maschile/femminile, occidente/oriente ecc.) perché in tal modo si ricade nell’ottica che esclude le diversità culturali, le minoranze, in definitiva che non accetta l’Alterità.
Lo scopo della Certosa delle Donne è proprio quello di formare una coscienza critica, ripensare a tematiche sociali, insegnare a leggere la Storia in una maniera completa: la Storia che tenga conto e che dia finalmente un riconoscimento all’importantissimo contributo delle donne. Quest’anno in particolare – nel 60º anniversario della Liberazione – si parla di Storia, immagini e memorie. Gli anni della Resistenza rappresentano per la donne una nuova fase di consapevolezza e di partecipazione: le donne partecipano alla lotta armata, alla Resistenza civile; le donne si associano, votano, rappresentano tutti; le donne raccontano e vengono raccontate.
Per la ricerca sulla storia di genere si è tenuto conto di documenti ufficiali - le fonti archivistiche - anche nelle interferenze che movimenti istituzionali hanno avuto nella vita quotidiana di tutta la cittadinanza, quindi, volenti o nolenti i loro promulgatori, anche nella vita delle donne. Si è visto come una nuova visione del ruolo della donna in quegli anni rimanesse legata indissolubilmente o anche solo macchiata dagli stereotipi che l’ideologia maschile dominante non voleva e non vuole far cadere.
Interessantissime da questo punto di vista le fonti cosiddette "secondarie", oppure fonti che per la storiografia più classica (maschile!) non sarebbero degne di autorevolezza e di considerazione: stampa clandestina ufficiale e non, diari di guerra.
La lotta di quegli anni non segna profondamente solo la collettività impegnata a re-esistere, ma segna anche la lotta interiore della donna, divisa tra un riconoscimento di sé stessa – a partire da quel che si è o in opposizione all’istanza maschile? - e il tipo a cui è obbligata a corrispondere e dal quale si vorrebbe liberare.
Che la Liberazione sia anche una liberazione di genere!

postato da: Violeta | settembre 26, 2005 15:18 | commenti (3)

Ciao Alfo!


da UN del 18 sett.

Ciao Alfo!

Alfonso Nicolazzi ci ha lasciati. Un malore improvviso ed inesorabile l'ha colto mentre stava preparandosi a mandare in stampa il numero di U.N. che state leggendo. È morto in quella tipografia che aveva contribuito a creare e che per più di trent'anni è stata un punto di riferimento per innumerevoli testate e case editrici, per quanti - e sono un'infinità - passavano da Carrara. Se la notizia è di quelle che non si vorrebbero mai dare, ci rimane l'unica consolazione che Alfo è morto nel posto che più amava, il posto dove le parole divengono concrete, dove le idee si materializzano nella carta, dove si diffonde quell'ideale che ha attraversato la vita cosciente di tanti compagni. 

Ma Alfo non è stato solo tipografo. Impegnato da sempre sul terreno della solidarietà internazionalista era un componente importante del sistema di relazioni dell'IFA; sul fronte ambientalista era stato in prima fila contro la Montedison di Massa; in campo sindacale aveva contribuito alla nascita dei primi organismi di base dei lavoratori dell'Alitalia. 

Umanità Nova esce comunque, grazie a Donato e agli altri compagni che si sono subito stretti intorno alla tipografia: Alfo non avrebbe consentito che si fosse saltato un numero, qualunque fosse il motivo; in più di trent'anni non è mai avvenuto.

Caro Alfo, questa volta il "Vieni o maggio" lo intoneremo noi in tuo saluto, ma non sarà mai bello come quello che hai cantato tu tante volte.

Un abbraccio, tenero e forte, da tutti noi a Ruxandra, Soledad, Siro, Paola, Raffaella, Roberto, Ruggero, alle compagne e compagni della tipografia e del Germinal, da tutti noi: sempre avanti.

postato da: Violeta | settembre 15, 2005 21:30 | commenti (2)

 


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